Per sradicare la violenza sugli operatori sanitari non basta il pugno di ferro sui responsabili di atti violenti. Non serve militarizzare gli ambulatori o le strutture di assistenza. Inasprire le pene non ha portato ai risultati attesi e non sono diminuiti gli episodi di violenza. È necessario individuare il senso e le cause della “assurda” trasformazione dei luoghi di cura da santuari inviolabili, quasi sacri per cittadini, a luoghi della frustrazione e della rabbia per troppi cittadini e a luoghi di paura per i medici.

Le aggressioni ai medici hanno cause strutturali prevalentemente di natura sociale e culturale e se le cause sono strutturali, le risposte devono essere strutturali

Nel 2025 sono avvenuti in Italia oltre 18mila episodi di violenza contro operatori sanitari secondo i dati ufficiali del Ministero della Salute. Non è un’anomalia solo italiana, non almeno con questi numeri. Il fenomeno cresce strutturalmente e le leggi non bastano. Il governo ha risposto con il D.L 137/2024 che prevede arresto obbligatorio in fragranza e pene fino a cinque anni.
Misure necessarie ma non sufficienti. In effetti non hanno attenuato il fenomeno. 
Finora si sono riconosciute come cause principali il sovraffollamento delle strutture, le lunghe attese, la carenza di personale, lo stress emotivo e la frustrazione legata a prognosi inattese.
Ma più probabilmente queste condizioni sono solo i fattori immediatamente scatenanti le reazioni violente.
La spiegazione del fenomeno non sta tanto nella cattiveria individuale della gente o per lo meno fino ad un certo punto. E le soluzioni fin qui proposte, pur se condivisibili, non sono state in grado di essere risolutive.
C’è allora da chiedersi se il persistere di tanta violenza sugli operatori sanitari non abbia radici più profonde e magari non del tutto indagate.

Andando alle radici dell’escalation di violenza contro medici e infermieri, recenti ricerche sociologiche hanno evidenziato cause strutturali prevalentemente di natura sociale e culturale:

  • Il ruolo dei cambiamenti nella società

Nell’ultimo decennio si è assistito al progressivo smantellamento delle protezioni sociali e all’affievolirsi dei diritti che sembravano acquisiti. Con l’aumento delle diseguaglianze economiche e sociali molte persone rinunciano alle cure. È aumentata la povertà sanitaria.
Assistiamo ora ad una crisi sistemica del Servizio Sanitario Pubblico che, come ha dichiarato allarmata la Corte dei Conti “non garantisce più alla popolazione un’effettiva equità di accesso alle prestazioni sanitarie, con evidenti conseguenze sulla salute delle persone e pesante aumento della spesa privata”.
Questo stato di cose viene percepito come una ingiustizia per un diritto negato. E di fronte alla percezione di una violazione dei propri diritti scatta la rabbia e l’aggressione.
È cresciuto il numero di cittadini che non riescono a trovare risposta alle loro domande di salute perché il SSN soffre di disorganizzazione ed è sotto finanziato.
Il disagio profondo dei cittadini si traduce in un risentimento contro i medici e le istituzioni.
In effetti il Medico del SSN viene sempre meno percepito come il professionista che tutela la salute pubblica ma viene considerato l’ingranaggio del sistema che ti nega ciò che ti spetta di diritto.

  • l ruolo dei cambiamenti culturali

In questo vuoto di fiducia si inseriscono fake news, social, web e influencer.
Una ricerca sulla rivista “Science” ha documentato che su Twitter / X le notizie false viaggiano sei volte più velocemente di quelle vere.
Violenza sui medici e fake news non sono due fenomeni lontani, ma hanno le stesse radici culturali, quelle di una società in cui il sapere è illusoriamente alla portata di tutti. In cui un accesso a Google vale più di dieci anni di studio e i saperi esperti e specialistici vengano svalutati.
L’ignoranza è diventata saccenza e ora affoghiamo nelle false certezze e convinzioni. Si assiste anche ad aspettative eccessive verso la medicina che dovrebbe garantire sempre risposte assistenziali risolutive, immediate e nei casi in cui gli esiti sono diversi scatta l’immediata colpevolizzazione del medico.
Il medico non è più un punto di riferimento in materia di salute, ma un tecnico o un burocrate passacarte su cui scaricare le frustrazioni per le inefficienze dei servizi sanitari. Anche con aggressioni fisiche o verbali o con minacce e intimidazioni.

  • Il ruolo della organizzazione del sistema sanitario e delle aziendalizzazioni delle ULSS

Un ruolo importante ha la deriva della “customer satisfiction” dove il paziente è assimilato ad un cliente e la salute ad un prodotto commerciale generando l’idea che pagando le tasse si abbia diritto a un servizio e consumo immediato e garantito ovvero infallibile. Questo fa si che la soglia di tolleranza alle attese sia abbassata per cui le prestazioni debbano essere garantite in tempi veloci anche per codici di bassa priorità. L’attesa viene percepita come una inefficienza o un torto personale legittimando reazioni aggressive

La violenza è rivolta non a chi siede nei piani alti e stabilisce le regole della organizzazione o a chi con scelte politiche sciagurate non è stato in grado di mantenere la sanità pubblica ai livelli (di accessibilità, equità, quantità e qualità dei servizi) di qualche anno fa, ma viene rivolta a chi ha scelto di lavorare laddove si realizza la frontiera vera della crisi del sistema. Operatrici ed operatori che nonostante tutto, sia nei dipartimenti di emergenza, nei Pronto Soccorso, che nelle più sperdute postazione di guardia medica, sono lì a prendersi cura di chi sta male, andando oltre la paura.

Le radici profonde della violenza sui medici sono riconducibili a processi strutturali

Pertanto se veramente si vuole eliminare o almeno mitigare le aggressioni ai sanitari  vanno abbattute queste cause strutturali (sociali, culturali oltre che organizzative della sanità pubblica): ridurre le diseguaglianze, investire nella formazione ed educazione civica, investire nella sanità adeguando gli organici del personale e promuovendo un reale rilancio del servizio sanitario per diminuire la pressione che la domanda sanitaria dei cittadini esercita su strutture e servizi e che è la prima causa della difficile condizione lavorativa di medici.