Il pessimismo cronico viene spesso giustificato come una postura di maggiore realismo o prudenza. Tuttavia, come osservato in una recente analisi proposta da Il Foglio, questa interpretazione nasconde un costo sistemico che coinvolge le capacità cognitive, la progettualità individuale e collettiva e, in ultima istanza, la libertà di scelta (Il Foglio, Il costo nascosto del pessimismo).

Contrariamente alla convinzione diffusa che assimila l’ottimismo a una forma di ingenuità o di rimozione dei problemi, l’ottimismo “serio” si configura come un atteggiamento fondato sull’analisi dei dati e sul riconoscimento dei conflitti, senza “trasformare le difficoltà contingenti in destini immutabili”. In questa prospettiva, l’analisi delinea che il pessimismo non rappresenta un surplus di lucidità, bensì una riduzione della capacità interpretativa: il mondo viene percepito attraverso una lente deformante in cui le crisi appaiono definitive, gli errori irreversibili e il cambiamento intrinsecamente minaccioso.

Pessimismo e distorsione cognitiva

Dal punto di vista cognitivo, il pessimismo cronico – secondo l’analisi de Il Foglio - compromette il senso delle proporzioni. Le informazioni negative non vengono elaborate come dati da contestualizzare, ma come conferme di una narrazione ideologica del declino. Questo meccanismo produce una forma di miopia selettiva, nella quale i segnali di miglioramento o di progresso vengono sistematicamente ignorati. Tale dinamica è coerente con quanto noto in psicologia cognitiva come negativity bias, ovvero la tendenza del cervello umano a sovrastimare i rischi rispetto alle opportunità, un’eredità evolutiva funzionale alla sopravvivenza ma disfunzionale nei contesti complessi della modernità.

Effetti sul futuro, sull’azione e sulla fiducia sociale

Un ulteriore costo del pessimismo riguarda la relazione con il futuro. L’incapacità di immaginare scenari migliorativi riduce la propensione a progettare, investire e assumere rischi calcolati. In ambito politico ciò si traduce in strategie difensive fondate sul divieto e sulla paura; sul piano economico, in una resistenza strutturale all’innovazione; sul piano culturale, in una nostalgia permanente che idealizza il passato come rifugio morale (Il Foglio). Paradossalmente, questo immobilismo tende a produrre proprio gli esiti negativi che il pessimismo intende evitare.
La sfiducia si estende anche alla natura umana. Il pessimismo cronico presuppone individui incapaci di autoregolazione e di apprendimento dagli errori, legittimando una cultura del controllo preventivo e della regolazione eccessiva.
L’ottimismo, al contrario, secondo l’analisi non nega la possibilità dell’errore, ma scommette sulla capacità collettiva di correggerlo.

Correlati neurobiologici del pessimismo cronico

Le neuroscienze offrono ulteriori elementi interpretativi. Studi recenti indicano che il pessimismo persistente è associato all’iperattivazione dell’abenula, una struttura cerebrale coinvolta nell’elaborazione delle esperienze negative e nella riduzione della motivazione. Quando questa area rimane costantemente attiva, il soggetto tende a evitare l’azione, rinunciando all’esplorazione e all’adattamento creativo. In questo senso, il pessimismo agisce come un vero e proprio freno a mano esistenziale, incidendo sulle relazioni, sulla carriera e sulla salute mentale, come già sottolineato da Il Foglio nel suo impianto argomentativo.

Complessità, adattamento e responsabilità

Un ulteriore limite del pessimismo risiede nella sua intolleranza alla complessità. Esso privilegia narrazioni semplici, basate su colpe univoche e soluzioni drastiche, mentre i sistemi sociali reali evolvono per tentativi, accumulo ed errori corretti in corso d’opera. Rifiutare questa imperfezione strutturale significa autoescludersi dalla comprensione autentica dei processi di cambiamento.
Infine, sul piano esistenziale, il pessimismo induce uno stato di allarme permanente che logora le risorse emotive e cognitive dell’individuo. L’ottimismo non garantisce la felicità, ma preserva una disposizione fondamentale: la disponibilità a essere sorpresi. In questa chiave, l’analisi delinea che essere ottimisti oggi non equivale a un atto di fede, bensì a un atto di responsabilità verso sé stessi e verso la realtà in trasformazione.