"Stetoscopio" n.6/ 2019:  clicca per aprire la versione in PDF

Il Paese dei Supereroi dove muore la Sanità


A guardar bene – sulla scorta dei successi hollywoodiani - sembra che la politica italiana stia attraversando la fase dei Supereroi. Tutti a menare fendenti, tutti con una ricetta salvifica per il “Poppolo”, tutti a individuare un nuovo bersaglio da abbattere per “il bene comune” o a promettere miracoli perché “ce lo chiedono gli italiani”.


Ma se torniamo sulla Terra, la prima esigenza del “Poppolo” che sembra sfuggire ai Supereroi, è quella della salute, del diritto alle cure e di una sanità pubblica che funzioni. Un’esigenza che si è trasformata in vera e propria emergenza che i nostri Supereroi pensano di poter affrontare a colpi di slogan. Così da una parte tagliano i finanziamenti alla Sanità e dall’altra parlano di Sanità pubblica che metta al centro la persona, di approccio olistico al malato, di trasformazione digitale della Sanità e favoleggiano sulle  Autonomie come panacea di tutti i mali.


Ora che le chiacchiere stanno a zero e la situazione è sempre più deteriorata, i Supereroi devono trovare un bersaglio, un colpevole, un nemico da abbattere. E lo hanno individuato nel Medico.


Prima gli hanno bloccato gli stipendi e il turnover, poi lo hanno tartassato con regole assurde e contrarie alla essenza stessa dell’essere medico (tempi contingentati per le visite, limiti ai farmaci e alle analisi, protocolli da burocrati, etc.) quindi sono passati alla riduzione dei posti letto (a vantaggio dei privati), agli accorpamenti dei reparti e via almanaccando, salvo infine “accorgersi” che mancano i medici.


Ma per i Supereroi, senza macchia e senza paura, la colpa è dei Medici che non partecipano ai concorsi, che vanno all’estero (il record è del Veneto) o che lasciano gli ospedali per la Sanità privata.


Il dubbio che tutto ciò dipenda da una pessima o inesistente programmazione neanche sfiora i Supereroi che, in preda a deliri di onnipotenza, ricorrono a soluzioni fantasiose come i reparti affidati agli infermieri, il richiamo dei pensionati (lo sa Zaia che ci sono medici ottantenni tornati operativi e chiamati a gettone?) il ricorso estemporaneo a cooperative di medici, le offerte lavorative a medici comunitari dei cui titoli poco si sa e che a malapena parlano italiano.


Dove finiremo allora? Tutto lascia intendere che si vada verso la progressiva dismissione della Sanità pubblica a vantaggio della Sanità privata. Una scelta politica – alla faccia del populismo e del  sovranismo - che Zaia nega.

Allora, caro Presidente, lo dimostri: ascolti i Medici. Non illuda i Veneti sbandierando eccellenze, che  pure ci sono, ma in una situazione generale ogni giorno sempre più difficile e peggiorata.


Per porre rimedio a tutto ciò e correre ai ripari va rivisto tutto il lavoro di programmazione, di questa programmazione suicida sia a livello nazionale che regionale. Caro Zaia  basterebbero intelligenze medie, onestà intellettuale e buon senso a migliorare le difficili condizioni in cui versano Medici e Pazienti del Veneto.


Ma, a una domanda gradiremmo una franca e sincera Sua risposta: “ma perché i Medici non ambiscono più a lavorare nella nostra Regione? E quando possono scappano?”


Non solo per questione di stipendi!