La storia del 118 potrebbe essere cominciata con un telefono dipinto di rosso che iniziò a squillare circa quarant’anni fa nel Pronto Soccorso di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza.

L’intuizione che avrebbe dato vita al numero unico nazionale d’emergenza sanitaria – inaugurato poi ufficialmente a Bologna in occasione dei Mondiali del ’90 – fu di Giulio Bigolin, medico ospedaliero che lavorava nel reparto di Pronto Soccorso della provincia vicentina.

NEED FOR SPEED

A dieci anni dalla legge che nel 1968 istituì il servizio di Pronto Soccorso, racconta il primario 85enne oggi in pensione, ci rendemmo conto che “era necessario fare di più. Nello specifico, una delle prime cose da fare era accelerare la risposta quando ricevevamo una richiesta di aiuto”.

 

 

In quegli anni, chi aveva bisogno di segnalare un’emergenza sanitaria telefonava direttamente all’ospedale.

“C’era un unico centralino che passava la chiamata al Pronto Soccorso – racconta Bigolin al Giornale della Previdenza –  e se tutto andava nel migliore dei modi, servivano almeno dieci minuti per parlare con un medico. I colleghi americani però, ci dicevano che per poter salvare una vita, sul cuore fermo era necessario intervenire entro 7-8 minuti”.

Da lì la richiesta di un unico numero per raccogliere direttamente in Pronto Soccorso tutte le chiamate di emergenza, alle quali avrebbero risposto solo i medici o la caposala.

“Mi feci dare un numero abbastanza orecchiabile, mi affidarono il 20666 – ricorda – e cominciammo a propagandarlo nelle fabbriche, nelle scuole, nelle osterie, dappertutto. Dopo un po’, le chiamate cominciarono ad arrivare”.

 

 

LA LETTERA DAL MINISTERO

A testimoniare la bontà dell’intuizione c’è una lettera datata 14 giugno 1980 in cui l’allora direttore generale del ministero della Sanità, Luigi Giannico, comunica a Bigolin che l’istituzione del numero unico dedicato alle emergenze sanitarie sarebbe stata presentata come “soluzione su base operativa, cui fare riferimento in campo nazionale” nell’allora costituenda Commissione di studio sul tema.

“Fu per me un bellissimo riconoscimento”, ricorda emozionato Bigolin, che del servizio di soccorso gratuito e attivo sette giorni su sette, 24 ore su 24, si sente un poco il padrino.

Parte del merito per aver garantito la continuità e l’efficacia del servizio, dice Bigolin, va però attribuito ai volontari dell’Associazione italiana soccorritori. “Con l’Ais – racconta – facevamo molta formazione perché poi questi ragazzi potessero darci una mano.

Erano per noi figure importantissime vista la carenza di organico. Inoltre, per tanti giovani questi corsi potevano considerarsi una sorta di educazione civica”.

Pur essendo ufficialmente andato in pensione nel 1995, Bigolin non ha mai dimenticato la sua vocazione professionale e l’affetto per quella che considera un po’ come la sua ‘creatura’. “Sono rimasto sempre lì (in ospedale, ndr), prima come presidente della Commissione per l’invalidità civile e poi perché sono sempre stato attaccato ai soccorritori e al Pronto Soccorso. Lo sentivo dentro di me”.

Maria Chiara Furlò