"Stetoscopio" del 25/07/17

La professione medica corre il pericolo di “desertificazione”

In una società dove chi urla pensa di ottenere ragione, nell'epoca delle fake-news, degli slogan studiati per superare il deficit di attenzione del pubblico,  dell'esplosione dei social, dove chiunque si sente autorizzato a sparare idiozie senza neppure rendersene conto, soddisfatto per i like dei tanti ancor meno informati di lui, affrontare problemi veramente seri per il bene comune è sempre più difficile.

Il politico saggio pensa e agisce nell'interesse del Paese e delle generazioni future, il mediocre guarda all'oggi, ai sondaggi estemporanei, si sforza di seguire l'onda del sentire comune, non programma seriamente per non aprire il fianco ai titoloni dei giornali sempre pronti a sparare ad alzo zero, ed esprime il proprio pensiero “profondo” con le 140 battute di Twitter. In Italia prende sempre più piede la politica degli annunci (che mai si concretizzano) dei disegni di legge fatti apposta per “comprare tempo”, degli spostamenti dei capitoli di spesa da un Dicastero all'altro per tenere la somma a zero, alla costante rincorsa di un consenso che ci si ostina a pensare di ottenere senza affrontare con serietà e determinazione i gravi problemi di fondo che affliggono il nostro Paese.


Fra i tanti “urlatori” che frequentano i talk show e le arene televisive o che scendono in piazza (pur con qualche valida ragione) dietro le più varie bandiere e sigle, non ci sono (almeno finora) i medici. Forse per questo i reggitori della Cosa Pubblica accolgono con farisaica condiscendenza, se non con stizzite reazioni, le denunce e le proposte dei camici bianchi, preoccupati per l'inarrestabile degrado della Sanità. È una grave forma di miopia politica che non tiene conto che la
salute della popolazione dovrebbe essere una delle più stringenti priorità di qualsiasi Governo. Eppure cifre, statistiche, proiezioni, rilevazioni internazionali sono chiare e non lasciano dubbi. Su queste colonne ce ne siamo più volte interessati ma vale la pena rivedere un quadro completo della situazione del personale medico della Sanità pubblica italiana.


Pensionamenti e turn-over
Con il blocco del turn-over nelle strutture del Servizio Sanitario, l'età media dei medici ospedalieri supererà, già nel 2017, i 55 anni e da qui al 2026   abbandoneranno la professione, per raggiunti limiti di età, circa il 70 per cento dei medici dipendenti o convenzionati. Situazione nota a tutti ma che sembra lasciare indifferente il ministro Lorenzin che anzi ha diminuito il numero delle borse di studio per gli specializzandi.


I medici finiranno nei call center?
La politica miope è anche quella che non fa i conti con ciò che ha disposizione e non tiene conto delle risorse necessarie per affrontare i problemi. Anche qui le cifre parlano chiaro: nel prossimo decennio si laureeranno in medicina circa 90.000 studenti e attualmente sono 15.000 i medici che non riescono a trovare un'adeguata formazione post-laurea. Annualmente i contratti di specializzazione sono 6.300 e le borse di formazione in medicina generale 900 e i conti sono presto fatti: entro il 2026 ci saranno 36.000 medici che non potranno completare il proprio percorso di studi e che saranno costretti a emigrare o a trovarsi un altro lavoro. Magari in un call center!
È evidente (ma non per il Ministro) che l'attuale sistema di formazione è drammaticamente insufficiente anche solo per coprire i vuoti lasciati dai medici  convenzionati e da quelli dipendenti che andranno in pensione. Sono quindi necessarie almeno 1000 borse annuali in più per la formazione specialistica post-laurea e il raddoppio di quelle per i corsi di formazione di medicina generale, già a partire da quest'anno. È chiedere troppo per assicurare risposte dignitose alla
richiesta di salute degli italiani?

Tempario, un metodo contro natura
A fronte della carenza di organico e degli assurdi sbarramenti imposti ai neolaureati i nostri governanti si affidano alle più funamboliche fantasie nel tentativo di tamponare una situazione che sta diventando drammatica. Così a quelle romane si aggiungono quelle delle Regioni. L'ultima trovata è quella del “tempario” che vorrebbe applicare alla medicina la metodologia propria dell'industria manifatturiera, imponendo un rapporto fisso tra prestazioni mediche e tempi necessari
per espletarle. Una disposizione che va contro la natura della professione e della deontologia che sta alla base del rapporto medico-paziente e che ha una misera giustificazione politica perché il medico viene definito “produttore di salute” e la “produzione” è alla base dei budget che i Direttori Generali hanno a disposizione e che devono incrementare. Una follia che ignora colpevolmente il codice deontologico del medico che considera anche il tempo di comunicazione come un tempo di cura. Un atto medico fatto secondo scienza e coscienza va misurato non con il tempo impiegato ma sulla base della qualità percepita dal paziente. E i pazienti non sono tutti uguali. Come fa notare la radiologa Roberta Chersevani, Presidente della FNOMCeO, “non voglio neppure pensare di non potermi prendere tutto il tempo necessario per comunicare una diagnosi infausta o di non poter prolungare un'ecografia morfologica sino a che non ho la piena certezza che il feto sia sano: vogliamo lesinare la quantità di cura erogata ai nostri pazienti misurandola col cronometro?”.
Ufficialmente queste decisioni assurde dovrebbero accorciare le liste d'attesa (in mancanza del personale necessario a una buona medicina) ma agli effetti pratici spingerà ancora più italiani a rivolgersi alla Sanità privata. Ammalarsi, per chi non ha un reddito sufficiente, sarà sempre più drammatico.
Non ci resta che piangere....in attesa del prossimo rassicurante (e inutile) annuncio dal Palazzo!