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"Stetoscopio" del 5/12/17

I medici curano i pazienti o devono sanare i bilanci?


Un’Italia sfinita e sfiduciata, timorosa, in tutti i ceti sociali, di un ulteriore declassamento del proprio “status”, che non si fida più dei partiti politici (84%) del Governo (78%) del Parlamento (76%) delle Istituzioni locali, Regioni e Comuni (70%): questa l’analisi impietosa e preoccupante emersa dall’annuale Rapporto Censis sulla situazione sociale del nostro Paese. “Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore”, ha spiegato il sociologo Giuseppe De Rita, presidente del Censis. Che tradotto in termini meno eleganti significa che siamo un Paese di gente incazzata.
A tutto c’è un perché e tocca a coloro che reggono o reggeranno le sorti dell’Italia cercare di capirlo e, semmai saranno in grado, di trovare i rimedi e correre ai ripari. Per quanto riguarda il mondo della Sanità, che sta a cuore a noi medici e che coinvolge la stragrande maggioranza della popolazione, da tempo andiamo denunciando le cause di un malessere che disorienta e scoraggia professionisti e operatori sanitari e che fa sì che un italiano su tre si dichiari insoddisfatto del
Sistema sanitario nazionale. Una storia vecchia che si ripete e aggrava ogni anno di più.
La nuova Legge di Bilancio prevede un ulteriore definanziamento della Sanità pubblica che si va sgretolando pezzo dopo pezzo e scende sotto quel 6,5% del Pil, considerato il livello di guardia per garantire un sistema “equo e solidale” previsto dalla Costituzione.
Rimanendo nei confini della nostra Regione, i segnali non sono meno preoccupanti rispetto al resto d’Italia, anzi. Il Veneto che lo scorso anno era tra le prime tre Regioni benchmark (valutazione delle migliori performance ai fini di selezionare le Regioni di riferimento per determinare i parametri di riparto del Fondo sanitario, legato ai costi e fabbisogni standard) quest’anno retrocede al sesto posto. E in vista dello sciopero nazionale dei medici ospedalieri, continua la contrapposizione di Palazzo Balbi con i medici di famiglia che chiedono l’applicazione sul territorio del Piano Sanitario Regionale.
Sembra proprio che la politica regionale consideri chi si occupa seriamente e quotidianamente della salute, una variabile secondaria del sistema, preoccupata com’è solo dei bilanci. Tanto che la Giunta, dopo la ripartizione delle risorse tra le varie Aziende, ha fissato ai vari Direttori Generali l’obiettivo tassativo di non superare i costi del 2016 e di raggiungere il pareggio di bilancio.
Medici e pazienti sono avvisati.

Pizza e birra per pagare i giovani medici


Altro che abolizione dei voucher e conseguente (prevedibile) aumento dei pagamenti in nero. La professione medica, esperita da giovani laureati, ha riscoperto l’antico metodo del baratto: tu fai qualcosa per me e io ti pago con beni in natura. E che beni! Niente a che vedere con polli, uova e salumi che nella tradizione contadina Novecentesca venivano dati al “medico condotto” per ripagarlo delle cure, nossignori, nel Terzo Millennio della globalizzazione bastano una pizza e una
birra per “ringraziare” il medico della sua prestazione di assistenza agli eventi sportivi.
La clamorosa denuncia di ordinario sfruttamento della professione medica è arrivata dal Lazio ma, grazie al passaparola sui social, si è rivelato un fenomeno nazionale.
Lucrezia Trozzi, fondatrice e animatrice della pagina social “giovani medici anti sfruttamento”, ha spiegato che “per garantire la copertura medica fissa (e obbligatoria ndr.) negli incontri di serie B di una squadra di basket, hanno offerto a una mia collega un compenso in natura: pizza e birra ma non sempre, solo ogni tanto. La scusa è che in pratica doveva fare il medico di facciata, una presenza formale perché tanto c’era già il 118. Una vergogna e una follia vera perché, se succede il dramma, nostra è la responsabilità massima”.
Un caso limite, si potrà pensare, ma sintomatico stante le sempre più frequenti denunce che arrivano agli Ordini sulla svalutazione, anche in termini monetari, e quindi previdenziali, della professione medica e odontoiatrica, svalutazione che colpisce soprattutto i neoabilitati in attesa di ingresso in una Scuola di  Specializzazione o nei Corsi di Formazione Specifica in Medicina Generale ma anche i neospecialisti che sempre più frequentemente si trovano in una posizione di precariato.
Come è stato ribadito dall’Osservatorio Giovani all’Assemblea nazionale ENPAM, “le cause del problema sono da ricondursi essenzialmente all’imbuto formativo post-laurea, ovvero alla disproporzione tra il numero di medici abilitati all’esercizio della professione e il numero di borse di studio messe a disposizione per frequentare un corso di formazione post-laurea”.
Stando così le cose (più volte denunciate anche da queste colonne) e senza arrivare al caso limite del compenso fatto di pizza e birra (ma non sempre!) è evidente e constatabile che sui giovani medici grava il tentativo costante e ormai diffuso, soprattutto da parte di datori di lavoro privati, di offrire onorari inadeguati – quasi ricattatori – alla delicata e complessa professione del medico.
È proprio vero che l’Italia non è un Paese per giovani. Soprattutto per quelli laureati in medicina.