"Stetoscopio" del 08/11/17

Sempre più medici scappano. Dove finirà la Sanità Pubblica?


Consci di non essere in assoluto i depositari della verità, quando l’Ordine è stato accusato di recare “disturbo” ai vertici della Sanità ci ha colto il dubbio di avere frainteso le esigenze dei medici e i disagi dei pazienti, di non sapere interpretare cifre dati e statistiche. Stante le innumerevoli dichiarazioni trionfalistiche di politici e DG sull’eccellenza della Sanità veneta e sui primati di quella vicentina, forse ci eravamo fatti trascinare da un egoistico corporativismo, avevamo dato troppo credito a colleghi brontoloni, disfattisti e mai contenti o forse era lo stress accumulato in decenni di professione a infastidirci oltremisura per dovere ottemperare alle continue “esigenze informatiche” della Regione, ai controlli sulle ricette, ai limiti nella richiesta di esami, al tempo passato al computer
sottraendolo ai pazienti. E le lunghe liste d’attesa? Un’esagerazione di malati stizzosi e impazienti o chissà perché vogliosi di spendere per avere velocemente i servizi dalla sanità privata. Forse usavamo lenti deformanti che ci facevano drammatizzare le lacune della medicina sul territorio, perché in effetti gli ospedali di comunità funzionano eccome e le medicine di gruppo spuntano come funghi senza che ce ne rendiamo conto.


La Sanità veneta perde sempre più appeal.


La fase del dubbio è però stata spazzata via dalla cronaca quotidiana, dalle prese di posizione di altri Ordini sui nostri stessi timori e argomenti, dal duro braccio di ferro dei medici di medicina generale nei confronti della Regione, dalle perplessità dei sindacati sull’Azienda Zero, dalla certificazione che l’attrattività del Veneto per pazienti provenienti da altre Regioni è diminuita in 10 anni del 46 per cento, dalla lenta ma costante emorragia di medici e primari ospedalieri che scelgono le cliniche private.
“Il declino tendenziale della nostra offerta ospedaliera nasce dalla scarsa attenzione alle risorse umane, perché il mancato ricambio generazionale dei medici disperde patrimoni preziosi di know-how scientifico ed espone la sanità a contraccolpi già evidenti: l’espansione dei poliambulatori privati sempre più concorrenziali, la fuga dei neolaureati, il calo di attrattività di poli specialistici un tempo all’avanguardia”.
Lo ha dichiarato la scorsa settimana Giampiero Avruscio, rappresentante padovano nell’Associazione nazionale dei primari ospedalieri. Un altro che “disturba”?
O non è forse vero che la situazione dei nostri medici ospedalieri, considerati nulla più che macchine da lavoro, si fa sempre più pesante per la iper-burocratizzazione dell’assistenza pubblica, l’ossessione dei budget, gli obiettivi (economici) da raggiungere, la richiesta continua di relazioni da parte di un’amministrazione che di tutto sembra interessarsi tranne che di chi fa bene il medico?

 

Si rischia la “desertificazione” dei camici bianchi.


Un “disturbatore” sarà considerato anche il Presidente dell’Ordine dei Medici di Venezia perché ha ribadito l’allarme più volte lanciato da queste colonne sull’eccessivo  invecchiamento della classe medica? “Rischiamo, entro massimo 5 anni di restare senza medici, sia negli ospedali sia negli ambulatori di medicina generale del nostro territorio” ha dichiarato infatti il Dott. Giovanni Leoni, rilanciando l’allarme emerso nel convegno padovano “Carenza di medici, salute a rischio”.
Le cause di questa situazione sono note e più volte ribadite. Il numero chiuso nelle Università e gli ostacoli pressoché insormontabili per i neolaureati che non riescono a ottenere una specializzazione e devono pietire per delle “borsette di studio”. Oltre alle limitazioni, invero poco comprensibili, per le scuole di medicina generale che dovrebbero poter formare almeno un numero di laureati proporzionato ai medici prossimi alla pensione.
Sempre più medici chiedono di andare in pensione prima del tempo - come dimostrano le statistiche del nostro Ente Previdenziale – perché non ne possono più di lavorare in questo modo, perché la Medicina è una cosa diversa dal dovere applicare regole dettate da un sistema cervelloticamente burocratizzato, finalizzato non a curare meglio ma ad abbattere i costi di cura perché non si riescono ad abbattere altri sprechi.
La sanità nel Veneto è un vulcano vicino all’esplosione e i cittadini rischiano di avere un sistema sanitario sempre più deteriorato e in stato comatoso irreversibile. Se la qualità delle prestazioni sanitarie riesce ancora a conservare eccellenze e livelli accettabili, lo si deve alla dedizione e al sacrificio dei nostri medici che sono e saranno sempre dalla parte della gente.
Per concludere, i politici responsabili della Sanità, invece di sentirsi “disturbati” dalle critiche, facciano un esame di coscienza e diano retta a chi degli ammalati si occupa e preoccupa quotidianamente.
Se proprio non ci riescono, almeno smettano di proclamare ai quattro venti che la politica sanitaria del Veneto è tra le migliori in Europa.