"Stetoscopio" del 24/10/17

Investire in salute è un affare? Sì ma il Governo taglia i fondi


I medici lo vanno sostenendo da sempre ma ora lo hanno detto a chiare lettere anche eminenti economisti, riunitisi recentemente a Trento: investire in salute non  ha solo un ritorno sociale ma anche un forte valore economico.
“La sanità - ha detto il rettore dell’Università trentina, Innocenzo Cipolletta - non va vista come un costo ma è anche una spesa in innovazione, ricerca e tecnica che produce valore”.
Gli ha fatto eco Gregorio De Felice sottolineando che “se portassimo la spesa per la prevenzione dal 4,2% al 5%, spendendo 900 milioni in più all’anno, avremmo una riduzione della spesa sanitaria del 3% pari a 4,5 miliardi di euro. Non conosco un altro investimento tanto remunerativo!”
Il parere di insigni economisti non è evidentemente in linea col ministro dell’Economia Padoan e con il ministro della Salute Lorenzin perché anche nella  finanziaria che sta per essere varata i tagli sono costanti e il trend è quello degli scorsi anni, in discesa! Un trend che dal già scarso 6,90% del Pil nel 2013 calerà al 6,50% nel 2019.
In compenso la spesa verso la sanità privata nel biennio 2013-2015 ha fatto segnare un incremento del 3,2 per cento a fronte di un misero 1,7% del consumo delle famiglie. Ammontano a ben 34,5 miliardi di euro (dato del 2015) gli euro spesi dagli italiani per curarsi dai privati. Si stima che siano oltre dieci milioni a ricorrere ai privati e di questi il 72,6 per cento dichiara di farlo a causa delle liste d’attesa sempre più lunghe del Servizio sanitario nazionale. Un pesante obolo pagato per l’inefficienza della Sanità Pubblica.
Hai voglia a leggere che “la tutela della salute non serve solo a garantire un diritto individuale ma anche l’interesse della comunità” e che spendere in sanità “vuol dire spendere in tecnologie, dare un lavoro qualificato a molte persone in un settore che per sua natura non può essere delocalizzato”. Caro Cipolletta, Lei ha ragione, non è possibile delocalizzare la salute, ma in Italia a delocalizzarsi ormai sono i medici. Lo fanno perché non hanno prospettive nel nostro Paese. Lo fanno per disperazione!
Perché in Italia si spende poco e si spende male: sui LEA risultano inadempienti il 30% delle Regioni: ma dove finiscono i nostri soldi? Non raggiungere gli  obiettivi significa imporre ai cittadini servizi di serie B, quando va bene, ma il più delle volte anche di serie C.
Il Direttore generale della Commissione europea Salute e consumatori, Paola Testori Coggi, scrive che “garantendo l’accesso universale a servizi di assistenza sanitaria si può ridurre la povertà e combattere l’emarginazione sociale” e che “investire in salute significa investire in personale sanitario efficiente”. Capito Ministro? Ci riempiamo tanto la bocca con l’Europa (“ce lo chiede l’Europa” è la classica frase dei politici quando chiedono sacrifici agli italiani) ma quando non fa comodo, allora chissene?
Investire in capitale umano non vuol dire sospendere il turnover negli ospedali, non vuol dire portare i medici di medicina generale all’esasperazione, tanto che stanno seriamente pensando di chiudere gli ambulatori e non significa neppure stressare i medici ospedalieri con turni massacranti.

Esagerazioni, dicono a Venezia? Leggiamo allora cosa dice un medico anestesista nell’intervista rilasciata a Repubblica. “Gli ospedali sono considerati macchine che devono rendere, gestiti da economisti che non vivono in corsia, in prima linea con i ricoverati. Mentre i medici sotto stress, sottopagati, sotto pressione e senza possibilità di incidere sull’organizzazione non ce la fanno più. E chi paga sono i pazienti.”
Investire in innovazione, ricerca e tecnica nella Sanità produce di sicuro un valore e un guadagno (Sanità privata docet) purché non vada a scapito del personale medico e infermieristico e risparmiando sulla pelle pazienti.
Caro Ministro Lorenzin, caro Presidente Zaia, non è così che funziona!

 

Il rischio del fai da te degli anziani


Si sa che invecchiando aumentano gli acciacchi e che gli anziani assumono una certa quantità di medicinali ma c’è il rischio di esagerare con le pillole. Di eccedere con i medicinali ricorrendo al farmacista contando su esperienze passate o confidando sul consiglio degli amici.
Un’indagine pubblicata sul British Journal of Clinical Pharmacology dimostra che il 56 per cento degli anziani assume medicinali in maniera scorretta, incrementandone la mortalità e il rischio di ricovero. “Solo il 17 per cento assume i farmaci che dovrebbe” spiegano i ricercatori inglesi che parlano di “caos terapeutico”.
Anche la Società Italiana di Geriatria e Gerontologia parla di terapie inappropriate negli anziani, sottolineando che due over 65 su tre assumono una media di 5 farmaci al giorno con il rischio di reazioni avverse.
Il consiglio è allora di una revisione periodica delle terapie, di affidarsi ai medici ma, soprattutto non aggiungere farmaci di testa propria, neppure se si tratta di un antiacido per lo stomaco o di un preparato per il dolore. E infine non pensare che integratori, complessi vitaminici o erbe non siano pericolosi. Prima che si creino disastrose interazioni con i farmaci meglio informarsi dal medico. È il suo mestiere!