"Stetoscopio" del 26/09/17

Tanto tuonò che piovve. I perché della protesta dei medici di famiglia

 

È persino imbarazzante ritornare periodicamente sugli stessi argomenti che sono alla base del disagio della classe medica in Italia e segnatamente nella nostra Regione. Si corre il rischio di passare per chi urla “al lupo, al lupo” ma non accade mai nulla, tutto va avanti come al solito e quindi perché lamentarsi e lanciare allarmi? Purtroppo poi sono i fatti a rendere giustizia a chi portava alla luce le ragioni di un malessere diffuso, denunciava le carenze e le debolezze del “pianeta sanità”, le responsabilità di chi, sui media e sui social fa annunci reboanti e suona la grancassa esaltandosi per qualche prima pietra o qualche nuova tecnologia, scaricando sulla classe medica tutte le responsabilità del malfunzionamento dell’assistenza sanitaria.
Quando il vaso è stato colmo, quando i medici di medicina generale hanno visto che le loro motivate preoccupazioni e i loro suggerimenti per rinnovare e rilanciare la loro professione cadevano sistematicamente nel vuoto, hanno deciso una clamorosa azione di protesta, che non incide sull’assistenza ai pazienti ma che ha il sapore della ribellione ai continui diktat emanati dalla Regione: la sospensione delle ricette dematerializzate e il ritorno alle ricette rosse sul ricettario del Servizio Sanitario Nazionale.
Ai pazienti può forse sfuggire quale sia la ragione del contendere che però è presto detta: i medici di famiglia vogliono riappropriarsi dei tempi di cura e non  diventare dei tecnici informatici con compiti e obblighi che prima venivano svolti dal personale amministrativo, che leggeva la prescrizione e la imputava a sistema attraverso una serie di codici per identificare la prestazione e il suo costo.
Con la ricetta dematerializzata tutto questo tocca al medico- compresi i controlli delle eventuali esenzioni - che sul computer deve cercare i codici su un  prontuario che, con ogni evidenza, è stato messo a punto da un ragioniere sicuramente abile nella finanza ma assolutamente digiuno su cosa significhi una cura. Così facendo i tempi si dilatano inutilmente a danno dei pazienti che attendono il loro turno di visita. Quante volte abbiamo scritto che il recupero del tempo da dedicare alla cura è una condizione essenziale nel rapporto medico-paziente? Si è preferito puntare sul budget, alleggerendo il carico di personale amministrativo e delegandone le mansioni al medico. Alla faccia della tanto strombazzata “umanizzazione delle cure”.
Quante volte “al lupo, al lupo” ha riguardato la necessità di salvaguardare la privacy del paziente? Vox clamans in deserto, nessuna risposta dai responsabili della Regione che anzi, attraverso una circolare, vorrebbero imporre al personale dei CUP di non prenotare esami diagnostici e visite specialistiche in assenza del quesito diagnostico inserito nella prescrizione del medico. Insomma, il personale del CUP deve leggere il sospetto diagnostico, con evidente imbarazzo del malato che vede esposto il proprio stato di salute a estranei (magari anche vicini di casa…), non destinati alle cure ma solo a permettergli l’accesso alle stesse. Questa sarebbe la privacy secondo il Servizio Sanitario della Regione del Veneto!
“Al lupo, al lupo” anche per la medicina sul territorio, condizione imprescindibile se si vuole seriamente realizzare il Piano Sanitario Regionale. Anche qui risposte zero, o quasi. Finora sono entrati in vigore solo i tagli dei posti letto negli ospedali, facili da realizzare con un semplice tratto di penna. Ma le medicine di gruppo non decollano e gli ospedali di comunità tanto promessi sono fermi al palo. C’è anche questo dietro l’agitazione dei medici di medicina generale, che rappresentano il primo vero caposaldo a difesa della salute della popolazione.


Non è un Paese (e una Regione) per giovani

 

C’è qualcosa che non torna nel sistema di formazione e di arruolamento dei medici nel nostro Paese. Ogni anno circa 3000 medici di medicina generale vanno in pensione ma ai corsi se ne diplomano solo un massimo di 950. Il problema del ricambio generazionale non è avvertito dai responsabili della Sanità poiché ve ne sono circa 30.000 nelle liste d’attesa delle graduatorie.
Peccato però che di questi oltre il 60 per cento abbia superato i 50 anni e quindi ne restano un 40 per cento, 12.000, potenzialmente attivabili ma ogni anno sono 2000 i giovani medici che vanno all’estero perché incagliati nell’imbuto formativo o sospesi in un limbo che non consente loro l’accesso al mondo del lavoro.
Per superare l’impasse è necessario e urgente aumentare le borse di studio di specializzazione e del corso di medicina generale. Con un calcolo approssimativo sarebbero necessari almeno 1000 contratti in più di formazione specialistica e 2000 per i corsi di medicina generale.
Questo il quadro nazionale ma nel Veneto la situazione non è certo migliore. E così oltre 200 giovani medici hanno indirizzato una lettera al Presidente Zaia perché “dal momento che lo Stato continua a finanziare un numero di formazione specialistica estremamente basso rispetto al numero dei concorrenti e non ha risposto al nostro appello […] possiate valutare attentamente la necessità di un significativo aumento del numero di contratti finanziati per il bene della Sanità e di tutta la Comunità”.
I medici laureati nelle Università del Veneto sono circa 700 e lamentano di sentirsi “troppo poco rappresentati dalle Istituzioni che paiono cieche davanti a  esigenze stringenti”. Offrire la possibilità di lavorare ai giovani usciti dalle Università di Padova e Verona potrebbe essere un bell’esempio di autonomia della Regione che tanto sta a cuore al Presidente Zaia. O no?